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Comune di Alpago

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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Cenni Storici

Dal giorno 23 febbraio 2016, con L.R. n. 6 del 18 febbraio 2016, è istituito il nuovo Comune di Alpago derivante dalla fusione dei Comuni di Farra d'Alpago, Pieve d'Alpago e Puos d'Alpago.
La sede legale del nuovo Comune è in Via Roma - Pieve, n. 31.

Di seguito si riportano alcune informazioni storiche:

FARRA D'ALPAGO
Preistoria

La zona del comune di Farra d'Alpago era abitata fin dalla fine del Paleolitico superiore (circa 10.000 anni fa), come dimostrano gli scavi iniziati nel 1993 a Palughetto (vicino a Campon). Sono state recuperate centinaia di schegge di selce, alcune delle quali trasformate negli strumenti che servivano a scarnificare e depezzare le carcasse animali, a lavorare la pelle, il corno, l'osso e il legno; tra i più caratteristici citiamo i bulini, i grattatoi, i raschiatoi e i coltelli a dorso. Poi vi erano altri tipi estremamente specializzati, in quanto adoperati per la fabbricazione di armi, soprattutto frecce impiegate nelle attività venatorie  Il ritrovamento più rilevante è sicuramente la riserva di selce, una buca subcircolare che conteneva 6 blocchi di selce.

Palughetto. Scavi 1993-94. Strumenti di selce. Da sinistra in alto: bulini, grattatoi; in basso. bame troncate, punte e una scheggia ritoccata.

Sul versante occidentale del Piano del Cansiglio, presso Casera Lissandri, è stato ritrovato un insediamento mesolitico. i reperti (manufatti di selce) sembrano riferibili ad un accampamento di cacciatori databile tra 9.400 e 8.600 anni fa. Altri insediamenti della stessa età sono stati scoperti poco più a monte di quello principale, ma anche a qualche centinaio di metri di distanza, verso le Casere Davià oppure in direzione del villaggio dei Pich.

Lo scavo del sito di Casera Lissandri (dal sito www.alplab.it):
L’insediamento umano nel territorio bellunese ed in particolare della conca dell’A lpago risale ad epoca piuttosto antica, infatti tracce sporadiche lasciate dai neanderthaliani sull’Altopiano del Cansiglio possono essere attribuite ad almeno 20.000 anni prima dell’Ultimo Massimo Glaciale e non si può escludere che esse si possano spingere ancora oltre nel tempo, durante i periodi interglaciali, quando l’altopiano era coperto di boschi ed offriva già varie risorse alimentari.

Testimonianze della frequentazione antropica di questo ambiente durante il periodo di passaggio tra l’Ultimo Massimo Glaciale e l’Olocene antico (quindi tra i 20.000 e 10.000 anni fa), in relazione ai profondi cambiamenti climatici e del paesaggio avvenuti durante questa fase, provengono principalmente dal bacino lacustre e torboso del Palughetto, sull’orlo settentrionale dell’Altopiano, a 1040 m di quota, e dall’insediamento del Bus de la Lum, a circa 995 m di quota. Quest’ultimo è posto nei pressi della tristemente nota forra, su una delle alture del Cansiglio orientale, in posizione rilevata rispetto alle depressioni carsiche circostanti ed è stato scelto appositamente per installare l’accampamento, i cui resti sono rappresentati esclusivamente da selci lavorate, mentre altri elementi archeologici come i resti ossei degli animali cacciati, gli strumenti fabbricati con ossa e palco di cervide, o realizzati su materiali calcarei non si sono conservati. La produzione di manufatti di selce è ben attestata (oltre 4000 strumenti) e rappresenta la prima testimonianza in Cansiglio del processo di colonizzazione dei territori prealpini da parte dei cacciatori-raccoglitori riferibile alla fine del Paleolitico Superiore, ovvero circa a 12.000 anni dal presente.

Altre caratteristiche conserva il sito del Palughetto, che a seguito di uno scavo molto accurato, si è rivelato quale uno straordinario archivio paleoambientale, dotato di una ricchissima stratigrafia che documenta la progressiva riforestazione dell’ambiente circostante durante il tardiglaciale. Esso conserva inoltre uno strato archeologico posto in corrispondenza delle torbe più recenti, cui si accompagna l’insieme litico rinvenuto sulla morena antistante la torbiera, che documentano l’accampamento di cacciatori-raccoglitori risalente alla fase finale del Paleolitico Superiore (circa 10.000 anni fa); la presenza di una zona umida, come poche ce ne sono in Cansiglio, aveva evidentemente indotto i gruppi di cacciatori epigravettiani a sceglierla quale zona ideale dove accamparsi. Il rinvenimento più interessante all’interno della torbiera è rappresentato invece da una riserva di materia prima non lavorata (selce proveniente dall’Alpago e dalla Valle del Piave), conservata dai previdenti cacciatori paleolitici che si recavano in Cansiglio consci della povertà di selce idonea alla scheggiatura di questo territorio, e volevano essere sicuri nel trasportare materiali di qualità senza incappare in sgradite sorprese proprio al momento del bisogno, a dimostrazione di quanto fosse profonda per le genti di quel tempo la conoscenza dei nostri territori.

Grazie alle sue peculiari caratteristiche morfologiche, il fianco occidentale del Pian Cansiglio ha favorito l’occupazione antropica dell’a rea durante un’ epoca più recente, quando le vicende climatiche del Postglaciale hanno permesso la riforestazione del versante, a corona dei campi da caccia e degli accampamenti residenziali mesolitici. Sono infatti venute alla luce numerose evidenze archeologiche, distribuite lungo il settore medio-inferiore del versante, in posizioni rilevate rispetto alle vallecole locali; l’e levata concentrazione di siti, una trentina circa nel complesso, è compresa lungo una stretta fascia altimetrica tra i 1050 ed i 1080 m, dove le migliori condizioni di conservazione hanno permesso il rinvenimento dei materiali. Solo alcuni di tali insediamenti mesolitici, ascrivibili grossomodo ad un periodo compreso tra i 10.000 e gli 8.000 anni dal presente, sono stati indagati in maniera approfondita tramite attività di scavo ed hanno restituito numerosi reperti in selce, dalla cui analisi è stato possibile sviluppare un inquadramento culturale e formulare alcune ipotesi sul significato funzionale di questi siti. In questo senso l’insediamento di Casera Davià si può probabilmente interpretare come un accampamento residenziale, ove la varietà tipologica degli strumenti e delle materie prime sfruttate rimanda alle numerose attività praticate dai gruppi di cacciatori-raccoglitori del Mesolitico antico (Sauveterriano) che qui si erano stanziati. Il vicino sito all’aperto di Casera Lissandri presenta una documentazione archeologica ben più corposa, nonostante si tratti sempre solo di manufatti in selce: lo scavo ha messo in evidenza un’a rea circolare ad alta densità di manufatti litici circondati da una fascia relativamente più povera, che potrebbe indicare la posizione di una capanna. Le caratteristiche tipologiche e tecnologiche dei reperti rimandano alla fase media del Mesolitico antico e suggeriscono la pratica nell’a ccampamento di varie attività produttive come la lavorazione delle pelli, l’incisione e perforazione di materiali duri, il taglio e la macellazione degli animali oltre alla fabbricazione delle armature. Infine il sito di Casera Lissandri XVII, probabilmente contemporaneo a Lissandri I, è caratterizzato dalla presenza di un discreto numero di manufatti in selce funzionalmente legati all’attività venatoria, che sembra essere indicativo di un piccolo bivacco di caccia di breve durata, abitato da uno o più cacciatori dediti all’apprestamento delle proprie armi.

 

Epoca Pre-Romana

Dalla fine dell'età del Bronzo, con flussi migratori a ondate successive a partire dalla fine dell’ XI secolo A.C., si assiste all'influenza  politica e culturale dei popoli paleoveneti (o Veneti Illiri, etnia di origine anatolico-balcanica), che lasciano tracce in Alpago, anche se non direttamente nel comune di Farra, quali le "torques" (bracciali e collane rigide di bronzo o ambra) a globetti, e placche di cinturoni decorate. Questi ritrovamenti denotano un'influenza anche da parte delle poplazioni celtiche presenti a Nord ed Est delle Alpi.

 

Epoca Romana

L'Alpago ai primordi di Roma Imperiale  (44 A.C.), sotto Cesare Ottaviano Augusto, era compresa nella X Regione d'Italia che si Chiamava "La Venezia ed Istria" alla quale era stata conferita la cittadinanza romana nell'anno 88 A.C.. Sulla sponda occidentale  del Lago di S. Croce, chiamato dai latini Lapacinus o Lapacinensis (o Lacus Piso o Lacus Pasinus), nome da cui trae origine il toponimo Alpago (Lapacum) passava una via romana che collegava la Claudia Augusta Altinate  presso Ponte nelle Alpi a Treviso ed il Friuli, l'odierna Alemagna. Questa via era nota come Via Julia e dal XV secolo anche come Via Regia. L'imperatore Claudio (41-54 D.C.), per garantire il libero transito attraverso questi luoghi malfidi ed infestati da ribelli barbari e dar loro sicurezza fece innalzare due castelli nella Conca d'Alpago. In quel periodo fu in uso vrosimilemente anche un altro percorso, che da Caneva-Polcenigo (e forse da Aquileia), attraversando l'Altopiano del Cansiglio e l'Alpago, passava ai piedi del Castello di S. Giorgio di Socchèr e risaliva il Piave in riva sinistra fino a Castellavazzo. Negli "Statuti della Magnifica Città di Belluno" è ricordata come "Per viam de Campsilio de Alpago". I due ponti di pietra di ottima fattura che si trovano poco sopra la frazione di Buscole ne sono testimonianza.

Molti sono i topònimi romani rimasti in Alpago: "Cansiglio" deriverebbe da "Campus Silius" poichè secondo la leggenda il generale Silla piantò nell'altipiano un accampamento. Più probabilmente la vera etimologia è nel nome "Concilium", che significa "unità consortile dipendente dalla comunità di più paesi". Il Cansiglio fu lasciato a pascolo ai comuni limitrofi. Anche nome della località di Foràn ha origini romane: dal latino "foramen", vale a dire forra, apertura di grotta, anfratto.  Proprio a Foràn, come anche in Piazzetta Comin, sono state rinvenute delle monete d'oro di epoca romana. In alcuni scavi fatti negli anni '60 per la creazione della rete fognaria nel borgo di Castel De Loto, sono stati scoperti tratti di acquedottodefinito romano, mentre nei primi anni del dopoguera sono stati ritrovati nelle adiacenze della chiesa parrocchiale alcuni archi e colonne fatti con pietra calcarea rossa.

Il materiale più usato in quest'epoca è però la pietra proveniente dalle cave del Cansiglio: un calcare a grana grossa, di ottima qualità e ben lavorabile. Quasi tutte le lapidi romane iscritte trovate (compresa la pregiata lapide di  Carminio Pudente) nel Bellunese (e parte di quelle del Feltrino) sono in pietra del Cansiglio. La via seguita per il trasporto era quella descritta precedentemente che passava per i ponti romani; giunti al Lago di S. Croce si passava al trasporto via acqua passando al torrente Rai ed al fiume Piave.

Intorno al IV secolo fu completata l'evangelizzazione delle nostre zone che sarebbe stata iniziata, secondo la tradizione alla fine del I secolo da S. Prosdocimo, vescovo di Padova e discepolo dell'apostolo Pietro. E' lecito supporre che per la sua situazione isolata e per la tenacia dei suoi abitanti, l'Alpago passò al cristianesimo assai più tardi delle città cosa comune a tutti che abitavano il pagus, dei villaggi romani lontani dai centri maggiori.


Le invasioni Barbariche

I primi barbari a comparire nella conca, eccettuati gli abitanti del Norico che effettuavano incursioni ai tempi di Ottaviano Augusto, furono i Goti di Teodorico, che occuparono i due castelli visti precedentemente e ne costruirono un altro nella zona del Bongaio, nella media valle del Tesa.

 

Il Medioevo (dal sito www.alplab.it):

Nell’Alto Medioevo non ha lasciato significative testimonianze la presenza, se pur accertata, di Ostrogoti; è tuttavia certo che in Alpago, come in zona di passaggio obbligata, vennero costruiti, o forse restaurati, dei castelli, per l’esigenza di bloccare tutti i passaggi che potevano lasciar calare i nemici verso la pianura. Sono pertanto attribuibili alle dominazioni di Goti e Alemanni i castelli dell’Alpago.

I Longobardi sono un popolo di origine scandinava, sceso in Italia nel 568 D.C.
E' a loro che Farra d'Alpago, come le altre Farra o Fara d'Italia, deve il suo nome. La Faralongobarda è un insediamento di famiglie e riserve non troppo esposte ai pericoli delle grandi strade. In Alpago la memoria dei longobardi si ha nelle due masserie o decanie che dividevano la regione (forse la stessa divisione adottata dalla repubblica veneta) in Alpago di Sopra e Alpago di Sotto (sotto o sopra il Tesa), dipendenti dalla Sculdascia di Bellunoe facenti capo nei due nuclei di Farra e Pieve. Farra faceva parte della decania di Pieve. Losfruttamento economico della regione si affidava alla difesa militare delle chiuse del Cansiglio e di Fadalto, a loro affidate, che mettevano in Friuli.

Al malgoverno dei Goti negli ultimi anni del loro regno, succedettero o saggi ordinamenti dei Longobardi.

I Longobardi sono un popolo di origine scandinava, sceso in Italia nel 568 D.C.
E' a loro che Farra d'Alpago, come le altre Farra o Fara d'Italia, deve il suo nome. La Fara longobarda è un insediamento di famiglie e riserve non troppo esposte ai pericoli delle grandi strade, o "insediamento di una comunità da viaggio longobarda", in quanto è chiara la connessione con il termine germanico "faran" (andare). I primi insediamenti dovettero essere nella zona più rialzata di Castel De Loto, in quanto ai piedi del col dei Piai erano frequenti le inondazioni provocate dai due torrenti Tesa e Runàl. Benchè a Farra non rimangano nè avanzi nè tradizioni di un maniero longobardico, se ne può tuttavia desumere l'esistenza dal nome appunto di Castel De Loto. Le ragioni politiche e militari che inducevano i longobardi a stabilire una loro unione di famiglie presso il Cansiglio collimavano con gli interessi economici rappresentati dalle sfruttamento degli estesissimi boschi, che andavano dalla parte nord-orientale dell'Alpago fino al bordo dell'altipiano sovrastante la pianura veneta e che si estendevano alle spalle del villaggio. I germanici ritrovavano in quest'angolo di bellunese l'ambiente che ricordava loro i luoghi di provenienza. Il posto era il più adatto alla utilizzazione della immensa foresta in quel tempo assai più vasta. Per le vicine acque del lago, la via naturale di trasporto, il traffico del legname era assai facilitato. Riunendo con poca spesa e fatica i tronchi degli alberi provenienti dal Cansiglio, e componendoli in zattere, essi li guidavano attraverso il lago e lungo il canale Rai, allora suo largo emissario, fino al Piave e quindi al mare.

In Alpago la memoria dei longobardi si ha nelle due masserie o decanie che dividevano la regione (forse la stessa divisione adottata dalla repubblica veneta) in Alpago di Sopra e Alpago di Sotto (sotto o sopra il Tesa), dipendenti dalla Sculdascia di Bellunoe facenti capo nei due nuclei di Farra e Pieve. Lo sfruttamento economico della regione si affidava alla difesa militare delle chiuse del Cansiglio e di Fadalto, a loro affidate, che mettevano in Friuli. 

Le due chiuse, dette di Abiciones, sono ricordate, con le decanie e il Cansiglio, un secolo e mezzo dopo la cessazione del dominio longobardico in Italia nel diploma di Berengario I imperatore e re che le donava, nel 923, insieme all'Alpago e al Cansiglio, ad Aimone Vescovo di Belluno.

Anche il toponimo Spert deriva dal longobardo "Asperht" (ed anche Broz, in comune di Tambre).

In Alpago la memoria dei longobardi si ha nelle due masserie o decanie che dividevano la regione (forse la stessa divisione adottata dalla repubblica veneta) in Alpago di Sopra e Alpago di Sotto (sotto o sopra il Tesa), dipendenti dalla Sculdascia di Belluno e facenti capo nei due nuclei di Farra e Pieve. Lo sfruttamento economico della regione si affidava alla difesa militare delle chiuse del Cansiglio e di Fadalto, a loro affidate, che mettevano in Friuli. 

Le due chiuse, dette di Abiciones, sono ricordate, con le decanie e il Cansiglio, un secolo e mezzo dopo la cessazione del dominio longobardico in Italia nel diploma di Berengario I imperatore e re che le donava, nel 923, insieme all'Alpago e al Cansiglio, ad Aimone Vescovo di Belluno . In questo documento è nominato per la prima volta come "laca Lapacinense" il lago di S. Croce. 

Anche il vocabolo  "Svaldo" o "Svaldi", indicante fino al diciassettesimo secolo taluni beni comunali e rimasto fino ad oggi in qualche cognome, è di origine longobarda: deriva dalla sovrapposizione del germanico Wald e dal latino Silva, entrambi significanti Bosco. Usati contemporaneamente nel dialetto del popolo nei primi tempi dell'invasione longobardica, generarono un termine ibrido.

Agli Svaldi di Farra appartenenva il Cansiglio ed una piccola zona a sud-est del'Alpago. Anche il nome Salatis, dato alla valle tra i monti Guslon e Messer, darebbe adito a ritenere che le fosse derivante da dimore sparse longobardiche o abitate da gente romana al servizio della fara longobarda, di cui restano le vestigia nelle case Caotes, Tona, Malon e Duppiai. "Sala", infatti, presso i lonngobardi, è la casa, l'azienda di campagna.

 Evo Moderno

A partire dal XV Secolo la Repubblica di S. Marco garantì a Farra tre secoli di tranquillità a causa dell'interessamento veneziano all'utilizzazione del legname del Cansiglio, anche se si  arrogò lo sfruttamento del "Bosco Da Reme di S. Marco", sottraendone i diritti alle comunità alpagote, impiegò spessissimo manodopera della conca. La corporazione dei "remeri" non doveva mai lasciare mancare il legname all'Arsenale e provvedere ai tagli e alle condotte. Anche i farresi collaboravano: nel 1768 fu costituita la 13° compagnia di arboranti, composta da dodici capi conduttori da Farra e da altri subalterni.

Nel 1625 la parrocchia di Farra si staccò da quella di Pieve, rimanendo anche in questo periodo dipendente dal comune nobiliare di Belluno. Le decime dovevano essere versate al Vescovo di Belluno , pena la scomunica, come successe a Giovanni Peterle il 9 settembre 1580.

Tra il 1600 ed il 1700 il comune conosce una fortuna economica.

 

PIEVE D'ALPAGO
La storia - le origini:

È consuetudine storica far risalire intorno all'anno 1000 la nascita, attorno a Chiese (pievi) sparse nelle campagne, di villaggi più o meno cospicui. La sopravvivenza dell'attuale toponimo Pieve, se da un lato conferma un'antica supremazia religiosa e civile sull'intera conca alpagota, dall'altro non è sufficiente a determinare con esattezza l'epoca in cui l'abitato che esso individua si sia formato. È certo, come hanno rivelato gli scavi archeologici delle località di Quers, Staol di Curago e Pian de la Gnela, che l'area fu abitata sin dalla protostoria, con floridi insediamenti che si situavano lungo antiche vie di comunicazione ad oggi ancora misteriose. I reperti rinvenuti nelle necropoli non solo testimoniano una continuità abitativa dalla preistoria sino all'Impero Romano ed oltre, ma offrono l'immagine di una comunità ricca, fiorente ed artisticamente evoluta. Recenti studi sui reperti archeologici suggeriscono di inquadrare gli insediamenti preistorici in un vasto contesto economico-culturale che non si limitava all'area veneta, ma si spingeva oltre i confini nazionali nei territori dell'attuale Slovenia. La storia medievale e moderna della Pieve d'Alpago è strettamente legata alle vicende della città di Belluno, ma le testimonianze su questo periodo sono esigue. Per secoli pare che un lungo torpore abbia avvolto il territorio, interrotto di quando in quando da qualche evento importante come l'investitura dell'Alpago, avvenuta a Pieve il 30 ottobre 1340, di Giacoma da Vivaro, vedova del famigerato Endrighetto che dal suo castello di Bongajo signoreggiava sulla piana sottostante. Restano a testimonianza del periodo le Chiese, in particolare la Parrocchiale di Santa Maria, più volte ricostruita e rimaneggiata: la composizione stilistica attuale è opera dell'architetto bellunese del XIX secolo Giuseppe Segusini. In essa è conservata una tela di Gaspare Diziani. Notevoli sono anche la Chiesa di Garna con il soffitto a cassettoni e la Villa Falin del XVII secolo, la chiesa di Plois con un crocefisso ligneo di Andrea Brustolon e la chiesa di Curago con un dipinto della scuola del Piazzetta.
Da un documento del 1662 si apprende che il Comune d'Alpago comprendeva 19 regole o villaggi, fra i quali Curago, Garna, Pieve, Plois, Tignes, Torch, Torres e Villa, facenti parte ancora oggi del Comune di Pieve d'Alpago sotto forma di frazioni. Recentemente, nel 2015, si è ricostituita l’antica Regola di Plois e Curago.

La storia - secolo XX:


La prima guerra mondiale, dopo la durissima occupazione austro-tedesca dell'Alpago nel 1917-1918, portò con se la fine di un mondo; gli uomini al fronte, provati da quattro anni di lotta durissima, non erano gli stessi di prima: la società di massa si imponeva e con essa, in quel primo dopoguerra, il bisogno e l'ansia di un cambiamento, di una trasformazione, di una palingenesi che fossero il momento fondativo di una nuova epoca. Crebbe il consenso del partito socialista che ancora nelle elezioni politiche anticipate del 1921 raccoglieva a Pieve d'Alpago quasi il 50% dei voti.
Intanto, da Pieve d'Alpago ripresero le emigrazioni verso altri paesi europei ed oltremare, spesso per stabilirvisi definitivamente, anche se Umberto Trame nella sua opera "La conca dell'Alpago nelle dolomiti orientali", edita a Venezia nel 1932, così descriveva il fenomeno: "…gli alpagoti, in massima parte, amano la terra a loro famigliare e cara fin dall'infanzia. Se emigrano, lo fanno in maggioranza temporaneamente, solo quanto basti per guadagnare il denaro occorrente a fabbricare la casa nuova o ad acquistare il campicello attiguo al proprio."
Gli anni oscuri della seconda guerra mondiale incombevano, portando con se nuovi lutti e rovine.
Molti da Pieve d'Alpago, partiti per il fronte, non fecero ritorno, perirono in Russia, in Grecia, nei campi di internamento dove finirono migliaia di soldati italiani che, dopo l'armistizio con gli anglo-americani, rifiutarono di combattere a fianco dei tedeschi. Le vie del Comune sono oggi il ricordo di quella vicina tragedia che profondamente ha segnato l'intera comunità. Dopo l'8 settembre 1943, le forze germaniche occuparono la provincia di Belluno, inserendola nell'Alpenvorland, di fatto annettendola al Reich.
Anche in Pieve il movimento partigiano mise le proprie radici, partendo dalla canonica, ove operava il pievano don Apollonio Piazza.
Di don Apollonio Piazza la storiografia locale si è occupata in modo marginale, e la sua opera pastorale non ha trovato solo consensi in Pieve d'Alpago. Eppure la vicenda umana del pievano è delle più singolari ed interessanti del secolo ventesimo in area bellunese. Don Piazza, nato a Vigo di Cadore nel 1885, aveva conosciuto un momento di vera fama durante la prima guerra mondiale, quando dietro le linee nemiche a mezzo di piccioni viaggiatori e di rischi inimmaginabili comunicava le manovre austriache agli italiani attestati oltre il fiume Piave. Per la sua attività, testimoniata in un'opera celebrativa, uscita nel ventennale della liberazione "Preti d'oltre Piave/pagine eroiche del Veneto invaso", venne premiato con il conferimento di un'alta onorificenza, Nel dopoguerra, nella parrocchia di La Valle Agordina sostenne apertamente il partito popolare, anche nelle elezioni del 1924, scontentando i fascisti locali che lo fecero pretestuosamente arrestare. Animatore dell'Azione Cattolica e degli esploratori cattolici, nei primi anni Trenta venne allontanato da La Valle prima per San Pietro di Cadore poi per Pieve d'Alpago.

Dopo uno scontro con i partigiani alle porte di Pieve nell'agosto del 1944 vennero incendiate dall'esercito tedesco Pieve e Mistran.

Nel secondo dopoguerra, riprese con forza l'emigrazione: le magre risorse locali non offrivano alcuna garanzia per una popolazione, dedita in prevalenza all'agricoltura in un territorio pressoché privo di industrie. Negli anni Sessanta la svolta: verso la provincia di Belluno confluirono investimenti, vennero costruite nuove fabbriche, cominciò ad assumere un peso significativo il settore turistico. In breve, con impegno e sacrificio, la popolazione alpagota vide migliorato il proprio tenore di vita, le giovani generazioni poterono contare su prospettive più certe, su disponibilità di lavoro e su nuove opportunità.
Nella zona di Paludi si aprirono numerosi opifici, capaci di occupare migliaia di persone, nella parte alta del Comune le attività turistiche e ricettive riuscirono ad acquisire prestigio a livello nazionale ed internazionale; le condizioni economiche e sociali della comunità progredirono decisamente. 

 

Personaggi illustri:
Tra i personaggi importanti a cui il Comune ha dato i natali si ricorda Placido Fabris, nato a Pieve il 29.08.1802 e morto a Venezia il 7.12.1859, le cui opere, alcune delle quali irrimediabilmente perdute in un naufragio, sono dalla critica attuale riscoperte e collocate ben saldamente fra le maggiori della prima metà del XIX secolo. La ritrattistica, che tanta fortuna ebbe fra la borghesia commerciale in ascesa, rappresentò il terreno privilegiato dal Fabris, che ebbe prestigiosi committenti quali lo zar di Russia ed il Metternich. L'artista, pur lontano nelle sue dimore di Venezia, Trieste o Londra, ha sempre firmato i dipinti come Placido Fabris d'Alpago, a testimonianza del profondo legame con la terra d'origine. Pur in un territorio povero e contadino, furono presenti nella comunità di Pieve sufficienti risorse ed ambizioni da consentire ad un ragazzo di talento di proseguire i propri studi per affermarsi nel campo dell'arte pittorica.
Pieretto Bianco, la cui famiglia è originaria di Tignes, studiò a Venezia dove iniziò la sua carriera di pittore. Nel 1912 decorò il salone per la X Biennale d’Arte Moderna di Venezia; a Roma affrescò la Cappella Doria Pamphilj; a New York lavorò come primo scenografo al teatro Metropolitan; all’Avana decorò la biblioteca Nazionale; altri lavori si trovano alla Scala di Milano e al Teatro dell’Opera di Roma. Morì nel 1937 a Bologna.
Alberto Vimina, nato nel 1603 a Belluno con il nome di Michele Bianchi, religioso diplomatico studiò da prete ed ebbe cura d’anime a Bolzano Bellunese nel 1645; nel 1648 fu con il nunzio apostolico a Varsavia presso la corte polacca. Incaricato dalla Repubblica di Venezia incontrò senza fortuna i ribelli cosacchi (insediati nell’Ucraina attuale), allora in lotta con la Polonia, allo scopo di cercare un accordo per mobilitarli contro i Turchi. Ne' miglior sorte gli toccò presso lo Czar di Russia, che non lo ricevette, ma le cui truppe conquistarono in quel torno di tempo la città di Smolensk (oggi Bielorussia), della quale conquista Vimina ha lasciato una mirabile, dettagliata relazione. Fui poi arciprete di Pieve d’Alpago dal 1652 al 1667, anno in cui morì. Ha lasciato memorabili testimonianze delle proprie missioni diplomatiche tra Polonia, Russia, Svezia, dove conobbe la regina Cristina, ed Ucraina. Restano le sue memorie che rappresentano un documento ineguagliabile per la conoscenza dell'Europa orientale nel XVII secolo, anche se gran parte della sua attività deve essere ancora studiata, compresi gli anni del suo ministero in Pieve d'Alpago.
Flaminio Grappinelli, maestro d’arte pittorica, vissuto tra il  XVII e il XVIII secolo, ebbe verosimilmente i natali a Pieve, come testimonia il cognome ben attestato nei documenti locali. L'opera del Grappinelli è stata rivalutata solo nel XIX secolo prendendo spunto dai santi collocati nel duomo di Belluno, ma viene considerata di alto pregio qualitativo ed espressivo.

 

PUOS D'ALPAGO
La storia:

Puos d'Alpago si estende alle pendici del versante meridionale della conca dell'Alpago e la sua storia è documentata per il periodo romano con il ritrovamento di monete e dai toponimi di alcuni centri; le invasioni barbariche, che hanno interessato il territorio comunale e le scarse tracce del castello di Sitran lasciano supporre la presenza longobarda. Le continue inondazioni dei torrenti Valda e Tesa, che rendevano il territorio malsano e paludoso, non hanno permesso alcun tipo di sviluppo economico e urbanistico di Puos almeno fino al XIII secolo. Il territorio era organizzato in Regole, ognuna con il proprio Statuto. Le Regole erano 3: Sitran, Valzella e Puos, dalla quale si staccò nel 1732 quella di Cornei. Sotto la Serenissima le Regole godevano collettivamente dei beni comunali. Si trattava di terreni la cui proprietà rimaneva della Repubblica Veneta, mentre l'usufrutto era delle comunità rurali. Venivano concessi benefici a nobili o a persone che si erano distinte per i servigi o per la fedeltà all'autorità costituita; per questo i beni venivano chiamati feudali; un cenno meritano il Feudo dei Pluro e quello dei Vimena e le distese proprietà di nobili Gera. Nel corso del XVI secolo Puos divenne un importante centro economico, grazie soprattutto ai numerosi opifici a forza idraulica presenti nel territorio. Nel 1873 il paese è stato colpito da una forte scossa di terremoto che ha portato morte e distruzione. Tale evento sismico, non ultimo di una serie di eventi calamitosi, ha sconvolto il paese e i suoi abitanti. Secondo le testimonianze allora rilevate, la gente impaurita si era precipitata nelle strade e si era trovata davanti uno spettacolo desolante: era crollata la chiesa, cadute la torre campanaria, la casa municipale e la scuola, c'erano molti feriti e alcuni morti. I centri di Bastia e Puos, nel corso del 1800, hanno beneficiato della loro posizione prossima al lago di Santa Croce e sono stati sede di importanti attività produttive e di servizio come le Pubbliche Seghe, l'Ispettorato del Bosco del Cansiglio, Fiere e Mostre di notevole rilevanza; questa tendenza è stata consolidata in seguito fino a far diventare Puos il centro effettivo del comprensorio dell'Alpago.

L'economia:
L'andamento secolare della popolazione residente nel Comune di Puos d'Alpago presenta le caratteristiche tipiche della montagna bellunese, segnato di volta in volta da fenomeni positivi (aumento dei tassi di natalità degli anni Venti e Cinquanta) e da aspetti negativi come i consistenti movimenti migratori dei periodi 1935/37 e 1951/61; solo la terza fase (1971/96) mostra un certo assestamento degli indicatori demografici sociali e naturali, segno di un raggiunto equilibro. Infatti, il positivo saldo totale del movimento naturale e sociale, unitamente agli indicatori del settore produttivo, del commercio e del movimento turistico, spiegano la favorevole situazione economica del comune. Da rilevare la percentuale dell'industria delle costruzioni che raggiunge oltre il 50% delle unità locali anche se occupa solo il 28% degli addetti: la tradizione produttiva nel settore edile trova la sua origine nei valenti scalpellini della pietra di Cornei.

Personaggi illustri:

Nella sua storia Puos d'Alpago può vantare alcuni personaggi illustri. Due, in particolar modo, si sono distinti in campo nazionale per le loro capacità:

  • L'incisore Antonio Sandi
  • Il soggettista e sceneggiatore Rodolfo Sonego

Antonio Sandi: nacque a Puos il 9 ottobre 1733 e morì il 14 settembre 1817 nel paese natale. Fu sepolto nel cimitero di Valzella.
Studiò nella "Scuola di Pietro Monaco"a Venezia, dove si specializzò come incisore.
Pur copiando i dipinti degli altri autori, egli riuscì a elaborare nelle sue opere l'elemento più vivo della natura, ricavando il bello e il sublime.
I soggetti delle sue opere sono chiese, canali con imbarcazioni, palazzi e piazze con passanti; tutto un insieme di movimenti ai quali lo stile del Sandi seppe esprimere anche grandi valori umani. Le sue incisioni sono esposte nei musei di Venezia, Padova e Firenze.

Rodolfo Sonego: nacque a Belluno il 27 febbraio 1921. Quando la famiglia si trasferì a Torino per lavoro, Rodolfo si iscrisse all'Accademia delle Belle Arti, dove completò gli studi.
Terminato il conflitto Sonego abbandonò la carriera di fumettista per intraprendere quella di scenarista cinematografico. Trasferitosi a Roma, centro del Neorealismo, conobbe Alberto Sordi, che diverrà il grande protagonista della maggior parte dei suoi film. In breve tempo divenne uno dei più quotati scenaristi cinematografici del secolo scorso, lavorando con grandi attori e attrici come Totò, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Anna Magnani, Claudia Cardinale; oltre che con importanti registi: De Sica, Risi, Monicelli, Fellini. Tra i grandi film ricordiamo: I Vitelloni, (Fellini, 1953); Un americano a Roma (Steno, 1953); Un eroe dei nostri tempi (Monicelli, 1961).
Nel suo lavoro è sempre stato aiutato dalla moglie Allegra Rossignotti, da cui ha avuto un figlio, Giulio.
È morto a Roma nella notte tra il 14- 15 ottobre 2000.


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